DUE CALCI AL BALOON - PUNTATA 4

DUE CALCI AL BALOON – PUNTATA 4


We still fight,fightin’ in nineties

 


Chiude la Wildsorm, muore un pezzo di Image, ma cosa ci hanno davvero lasciato i sette ribelli dei comics?
“Pensa che quando l’ho preso in edicola mi sembrava tipo l’Uomo Ragno 2099 perfezionato”
“Beh, comunque è una figata”

Questa, su per giù, è stata la conversazione fra me e un mio amico che mi mostrava il primo numero di “Image” edizione Star Comics. Mi ricordo quell’albetto, i numeri uno dello Spawn di Todd McFarlane, dei Wild C.a.t.s. di Jim Lee e degli Youngblood di Rob Liefeld. Per noi fu uno shock. Era il 1992 e noi eravamo abituati X-Men, Nuovi Mutanti e X-Factor, storie risalenti a fine anni’80 di cui non riuscivamo a capire sino in fondo la complessità e di cui non eravamo in grado di apprezzare a dovere la caratterizzazione dei personaggi finemente cesellata da Chris Claremont e soci. Non è che fossimo rincoglioniti, avevamo undici anni, ecco, e quel nuovo modo di fare i fumetti era più adatto a noi. Azione, azione e ancora azione, praticamente un blockbuster hollywoodiano con i supereroi. E che supereroi. I disegni erano spettacolari, tranne Liefeld che era e resta un cane e un po’ già lo capivamo, volavano un sacco di botte e la gente moriva a pacchi. Ci piaceva un sacco, così come piaceva un sacco al pubblico americano che aveva premiato fin da subito quei sette autori che, con tanto coraggio, avevano salutato i soldoni di mamma Marvel con un bel vaffa a condire il tutto.
Todd McFarlane, Jim Lee, Rob Liefeld, Erik Larsen, Marc Silvestri, Whilce Portacio e Jim Valentino erano sul tetto del mondo. Hanno deciso di rischiare tutto, hanno fatto la rivoluzione. Sembra un parolone, ma è così.
Quei sette hanno davvero cambiato il fumetto americano. Erano rozzi, per certi versi ingenui e non esattamente dei geni della sceneggiatura, ma il botto lo hanno fatto lo stesso.
Oggi, a diciotto anni di distanza, chiude la Wildstorm, la casa di produzione nata dalla scissione interna di Jim Lee e diventata successivamente un ramo della DC Comics per permettere all’autore di dedicare più tempo al suo lavoro creativo e liberarsi di tutte le incombenze amministrative. 
Andata la Wildstorm, è il caso di chiedersi quale sia il contributo significativo dell’esperienza Image al fumetto americano. 
La parte grafica, innanzitutto. Gli autori Image altro non hanno fatto se non riprendere e aggiornare la lezione di Jack Kirby, e scusate se è poco. La costruzione più libera delle tavole, il dinamismo cinematografico delle scene d’azione, l’utilizzo massiccio della colorazione al computer e di spettacolari splash pages sparate in faccia al lettore sono diventate stilemi comuni a tutti i comics avvicinandone il linguaggio a quello di altri e più recenti media arrivando in più di un caso a influenzarli a propria volta.
Gli autori stessi, poi, hanno guadagnato con Image una centralità quasi sconosciuta nel fumetto mainstream statunitense. Per la prima volta una major ha reso i personaggi di proprietà dell’autore una prassi con tutti gli annessi e connessi a livello creativo. Certo, il creator owned non era una novità, ma si parla di tutt’altri ambiti. Le stesse Marvel e DC, pur mantenendo ben salda la presa sui propri personaggi, hanno capito che l’autore-rockstar può significare vendite (e quindi, diciamocelo, cash) e danno loro molto più risalto mediatico oltre che molta più libertà in termini creativi. Non credo che eventi come Civil War e seguiti vari, che mettono profondamente in discussione lo status quo di un universo narrativo, avrebbero potuto veder la luce senza la pregressa esperienza dei “magnifici sette” e l’irruzione sul mercato del loro modo di vedere le cose. 
Poi, a voler essere pignoli, Spawn e Savage Dragon sono la riscrittura dello stesso albo da quasi vent’anni, Liefeld continua a sfornare l’equivalente per gli occhi delle unghie sulla lavagna e, in generale, Image ora come ora vivacchia, ma questi enfants terribles la loro parte l’hanno fatta.

Nel frattempo qualcuno e cresciuto, e qualcun altro rincoglionito c’è rimasto.

Stefano Dott Tevini