Due calci al baloon - puntata 3

Due calci al baloon – puntata 3

Serialità, è un bicchiere di vino con un panino

 

Manga e comics: analisi di due modi di vivere il fumetto come collezione.
Ci sono sere in cui le grandi domande della vita ti vengono incontro. Solitamente quando le bottiglie di birra vuote si fanno ingombranti e, terminato il repertorio delle migliori cazzate e dei ricordi più assurdi, ci si rende conto che è troppo presto per andare a letto. E’ in quei momenti magici che due mondi possono aprirsi l’uno all’altro e scambiarsi quanto di più alto il pensiero possa produrre. E’ allora, che si possono trattare argomenti fondamentali come la serialità nei manga e nei comics americani. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che forse nel contenitore delle cazzate qualcosa era rimasto, ma io un’introduzione la dovevo pur scrivere.

Uno degli argomenti che più spesso salta fuori quando, fra amici, si discute di fumetti, è che ai lettori di manga non piacciono i comics americani in quanto potenzialmente infiniti. Chi segue gli autori giapponesi sa di dover seguire storie che, per quanto lunghe possano essere avranno, presto o tardi, una fine. Ciò comporta, di conseguenza, una maggior continuità in termini qualitativi: ogni singola serie è seguita da un solo team creativo, quasi sempre un singolo autore che ne è il creatore e proprietario e difficilmente ha scadenze vincolanti come quelle dei comics, potendo così curare le proprie storie al massimo delle proprie possibilità. Insomma, un manga o ti piace tutto, e lo segui dall’inizio alla fine, o non ti piace per niente, e lo lasci perdere in blocco. Le serie americane, per contro, sono considerate dagli otaku come troppo complicate da seguire nel tempo per via di una continuity che spesso porta avanti decenni di tradizione e non sempre all’altezza dei propri momenti migliori per via dei team creativi che cambiano e spesso si trovano a corto di idee valide o non a proprio agio con i personaggi.

Di fumetti, nella mia vita, ne ho letti di ogni genere e provenienza e con l’esperienza ho capito che i filtri con cui si interpreta un fenomeno non sono per forza adatti a interpretarne un altro simile. Valutare una serie americana con lo stesso occhio con cui si valuta una serie asiatica non è corretto. Negli Stati Uniti il legame fra fumetti e autori è più recente e, spesso, meno forte. I personaggi di proprietà dei propri creatori hanno preso piede solo nei primi anni ’90, con la creazione del marchio Image, mossa clamorosa per l’epoca, e non sempre questo modo di procedere è tuttora la prassi. Da ciò deriva che un’ampia maggioranza della produzione fumettistica americana è in mano agli editori, in particolar modo i personaggi storici ( Marvel e DC in testa). I comics passano di mano in mano e vengono chiusi e riaperti a seconda di quel che dice il mercato, producendo ogni anno una marea di nuovi personaggi e una mole impressionante di storie. Il modo giusto per capire questo modo di fare fumetto è valutare i singoli cicli di una serie anziché esaminarla nella sua interezza. Un po’ come la cultura greca ha fatto con Omero: opere come l’Iliade e l’Odissea raccolgono organicamente soltanto una parte significante di una tradizione narrativa molto più grande mettendone per iscritto le saghe più rappresentative, così come altre culture hanno fatto con i propri miti. Tutto questo ha un nome: Epica, e scusate se è poco.

Volendo, per esempio, trovare un termine di paragone adatto all’Akira di Otomo piuttosto che a Dragonball di Toriyama, bisogna considerare il Devil di Miller piuttosto che il Batman di Neal Adams e non queste serie dall’inizio delle pubblicazioni in su, sarebbe un confronto per nulla pertinente. La maturità di una forma d’arte non sta solo in chi la fa, ma anche nel pubblico, e contestualizzare correttamente i fumetti significa crescere come lettori.

Stefano Tevini